RELAZIONE INTRODUTTIVA MARA ASSEMBLEA DEL 24 NOVEMBRE 2012

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ASSEMBLEA OPERAIA A POMIGLIANO

24 NOVEMBRE 2012 – SALA OROLOGIO – BIBLIOTECA COMUNALE

Relazione introduttiva di mara malavenda per il Comitato Mogli Operai di Pomigliano

Oggi che nessuno fa più mistero sul fallimento del piano-Marchionne e del fatto che la Fiat si sta sfilando dall’Italia per delocalizzare all’estero. Oggi che si prospetta un futuro da disoccupati per i lavoratori della vecchie e nuove società della Fiat Pomigliano, dell’intero gruppo Fiat e delle aziende dell’indotto, oggi la nostra lotta deve diventare più forte e determinata perché dobbiamo riprenderci quello che ci stanno rubando, dobbiamo salvare il presente ed il futuro delle nostre famiglie e di tutti quelli come noi, e salvare un territorio devastato dalla deindustrializzazione e dalla disoccupazione, e dall’impoverimento: indicativo è anche il numero dei negozi che stanno chiudendo.

Siamo stanche di vedere i nostri uomini tornare a casa cupi in volto e con lo sguardo perso nel vuoto, fisso alle scadenze di fine mese. Uomini costretti a vivere il dramma di una vita che non conosce più svago nemmeno con i propri figli. Uomini a cui stanno strappando le aspettative del presente e finanche la speranza per un futuro diverso e migliore.

Siamo stufe di subire il tormentone quotidiano del governo dei “professori”, dei politici e dei sindacalisti che si affacciano a pranzo e a cena dallo schermo della tv  per convincerci che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e ci siamo addirittura mangiate il futuro dei nostri figli. Ma chi, noi? Noi che da anni campiamo, quando va bene, col misero sussidio della cassa integrazione? Noi che siamo state precipitate nella fascia di povertà dalle “loro” inique leggi e da innumerevoli accordi sindacali bidone? Il bello è che a dirci questo sono quelli che da sempre scialano negli agi e ingrassano i loro portafogli e le loro carriere sulla nostra pelle. Gli stessi che vediamo esibirsi in abito da sera nei salotti eleganti, alle prime teatrali o, come lo scorso 13 novembre a Roma, affollarsi alle cene “esclusive” ai tavoli della massoneria del gruppo Bilderberg. Se non fosse da piangere ci sarebbe da ridere.

Il fatto è che sono loro, sempre gli stessi, quelli del piano “fabbrica Italia” della Fiat  e del piano “salva Italia” di Monti, quelli dei precedenti governi di centrodestra e centrosinistra e delle collegate cricche affaristiche che, coi sindacati confederali, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, hanno mangiato i nostri sogni, le nostre speranze, ed innanzitutto il futuro dei nostri figli! Degli studenti malmenati dai manganelli della polizia che carica le loro manifestazioni. E questo per impedirgli anche il diritto di parola!

E i mandanti sono sempre gli stessi, quelli che hanno sostenuto i vari governi di Prodi, D’Alema e Amato, e poi Berlusconi ed ora Monti. Che stanno trasformando lo Stato in uno “stato di polizia” per reprimere la ribellione sociale che sta nascendo. Quelli che hanno portato allo sfascio sociale l’Italia e nemmeno si vergognano del loro operato, come Napolitano che ha fatto Marchionne cavaliere del lavoro, Monti senatore a vita e ha reso la democrazia suddita dei forti poteri economici e finanziari europei ed internazionali.

 

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E cosa dire della “sinistra” (si fa per dire) dei vari Bertinotti, Rinaldini, Fassino, Renzi ecc. che all’epoca presentarono Marchionne come “imprenditore illuminato” e “garantirono” che il suo piano industriale avrebbe consentito lo sviluppo dei livelli produttivi ed occupazionali?

Sta di fatto che questi “signori” fecero a gara per dare credibilità al fantomatico piano di Fabbrica Italia  e soccorrere la Fiat  già allora in grave crisi di credibilità. Questo perché la Fiat, già 5 anni prima, il 24 aprile 2003, aveva sottoscritto con FIOM-FIM-UILM il precedente “piano quinquennale fantasma 2003/2007” che “prometteva” investimenti a Pomigliano per due miliardi e mezzo di euro in cinque anni nell’ordine di mezzo miliardo all’anno. Questo per “rilanciare l’ampliamento produttivo ed occupazionale delle Alfa Romeo che sarebbero state esportate e vendute in tutto il mondo, dall’Europa agli USA”!  Balle ieri, balle oggi! Infatti alla scadenza del piano-quinquennale mai realizzato e nel complice silenzio dei sindacati confederali e di tutte le forze politico-istituzionali, nel 2007 Marchionne, avviò il “nuovo” piano-fantasma di Fabbrica Italia, promettendo stavolta la produzione di 280.000 Panda all’anno da vendere, ancora una volta “in tutto il mondo e dall’Europa agli USA”. Un piano industriale oggi annullato dalla Stessa Fiat.

Ed oggi, ancora una volta, è doveroso ribadire che chi ancora fa finta di credere alle ‘favole di Marchionne’ continua ad illudere i lavoratori e si rende complice del loro futuro licenziamento! E a chi oggi si limita a denunciare la strategia antisindacale della Fiat bisogna ricordare la “beffa referendaria” del 1995 che consegnò il monopolio della rappresentanza ai soli sindacati firmatari di accordi consentendo così al padronato di scegliersi “per legge” i suoi sindacati di comodo.

Questo grazie alle scelte inquinanti della cosiddetta sinistra sindacale che ancora una volta tradì la l’iniziativa di milioni di operai e lavoratori italiani che posero con forza la giusta rivendicazione delle libertà sindacali nei luoghi di lavoro. Ed è proprio sul disastroso esito di quel referendum che oggi si fonda la svolta autoritaria in atto del piano di Marchionne e dell’intero padronato sia privato che pubblico.

Ed è su questi presupposti autoritari che si pone l’azione del governo Monti e  dell’Unione Europea e le politiche di massacro sociale che imperversano in Grecia, in Spagna, in Serbia,in Italia e nelle fabbriche della Fiat.

Il fatto è che queste politiche di destra vengono da lontano e sono state messe a punto dai precedenti governi di centrosinistra di Prodi, D’Alema e Amato e dalla concertazione sindacale, e sono poi state riprese tal quale  da Berlusconi e dai governi dell’Unione Europea ed oggi da Monti.

E, a tale proposito, come dimenticare la guerra dei cosiddetti “aiuti umanitari” di D’Alema nei Balcani? La prima entrata in guerra dell’Italia dopo il secondo conflitto mondiale: una guerra imperialista attuata coi bombardamenti della NATO sulla popolazione inerme e sugli operai serbi della Zastava (fabbrica poi svenduta alla Fiat). Con questo la cosiddetta “sinistra italiana”  avviò su scala internazionale il nuovo ciclo delle moderne strategie di guerra del grande capitale multinazionale per instaurare con  la forza il cosiddetto “nuovo ordine mondiale”. E di questo ne sanno qualcosa le nostre sorelle e i nostri fratelli operai della Zastava.

E che dire della strategia dell’EUR varata nel 1978 da Luciano Lama con cui la CGIL avviò la trasformazione dei diritti dei lavoratori, e di quelli sociali, in “variabile dipendente dei profitti dell’impresa privata”? In poche parole i lavoratori, la democrazia e l’intera società che “ diventano merce”. Lavoratori e popolo che vengono considerati “merce” con valore inferiore alle stesse merci perché subalterni all’economia di mercato.

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Basterebbe ricordare il pacchetto-Treu del governo Prodi votato col plauso di Bertinotti e che consentì l’apertura delle agenzie interinali e la trasformazione del rapporto di lavoro da stabile a flessibile e condannando i lavoratori alla precarietà ed al ricatto!

E queste stesse logiche furono firmate tra Federmeccanica e FIOM-FIM-UILM nel contratto dei metalmeccanici del 19 gennaio 2006. L’ennesimo contratto-capestro che affermava la piena flessibilità dell’orario e degli straordinari, lo sfondamento delle 40 ore, il lavoro a ciclo continuo coi 18 turni e la deroga delle normative legali. Un vero e proprio trampolino di lancio del piano-Marchionne poi presentato due anni dopo.

Fu questa la cornice del febbraio 2006 che portò al licenziamento per rappresaglia di otto operai dello Slai cobas per la rivolta di 4.000 operai di Pomigliano nelle assemblee sul contratto. Né fu un caso che, come ai tempi di Valletta, dopo la reintegra in fabbrica con sentenza dei licenziati  e la ripresa degli scioperi, deportarono al reparto-confino di Nola 300 operai di cui 100 iscritti allo Slai cobas, 150 invalidi e 50 compagni e compagne degli altri sindacati che non vollero ‘calare la testa’.

E, per l’occasione, tra le tante balle, Marchionne si inventò la favola del “Reparto Logistico d’eccellenza” di Nola che avrebbe dovuto supportare le fabbriche Fiat del triangolo Industriale di Pomigliano, Melfi e Cassino: l’abbiamo visto! Questo reparto è da sempre in cassa in cassa integrazione e a prossima chiusura!

Questi lavoratori, queste lavoratrici, queste compagne e questi compagni dobbiamo riportarli tutti a Pomigliano indipendentemente dalla loro iscrizione o meno a qualsiasi sindacato!

E insieme a loro, dobbiamo tutelare “tutti e per tempo” alla luce del disastro industriale che si prospetta per l’intero gruppo Fiat a cominciare dai 2.431 lavoratori di Pomigliano in cassa integrazione con scadenza il 14 luglio 2013 e a “prospettiva licenziamento” per la cessazione dell’attività produttiva. Ed insieme a loro quelli dell’indotto, dalla Novafero di Pomigliano alla Lear di Caivano, dall’ex Ergom alla FMA. Dobbiamo tutelare allo stesso tempo i 2.146 addetti alla newco di Fabbrica Italia perché una fabbrica a “produzione dimezzata” non ha alcun futuro. E questo lo stanno comprendendo anche quegli stessi lavoratori che, per necessità o per paura, il 22 giugno 2010 votarono “SI” al referendum e  poi a capo chino elemosinarono l’assunzione in Fabbrica Italia per ritrovarsi oggi, come ieri, di nuovo a rischio licenziamento e ancora in cassa integrazione.

E questo dobbiamo farlo non solo per essere “tutti più forti” ma perché “tutti sappiamo” che dopo Pomigliano toccherà a Mirafiori, e poi a Cassino, e poi a Melfi, e poi alle restanti fabbriche Fiat, tutte da anni in cassa integrazione e senza prospettive.

Dobbiamo farlo anche perché il piano-Marchionne è la prima ristrutturazione di una multinazionale (la Chrysler/Fiat) all’interno di un processo integrato di globalizzazione Mondiale sponsorizzato in America da Obama ed in Europa da Monti. Dobbiamo farlo perché “oggi, a Pomigliano noi “siamo in trincea” e perché quello che succederà a Pomigliano nei prossimi mesi rappresenterà un evento di grande rilevanza politica, sindacale e sociale che avrà ricadute in tutte le fabbriche della Chrysler/Fiat e non solo.

 

 

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E per questo la “nostra” lotta diventa la lotta “di tutti”. Per questo chiediamo a tutti i lavoratori di “accumulare le forze” per prepararsi alla mobilitazione unitaria, e ciò indipendentemente o meno da ogni iscrizione sindacale. Ed è per questo che chiediamo anche al “territorio” di appoggiare e rendere forte la lotta degli operai della Fiat perché “quando chiudono le fabbriche, quando affamano i lavoratori, muore anche il territorio”!

E a questo punto non possiamo non registrare che la Chrysler/Fiat, con le sue fabbriche in nord e sud America, in Europa e Asia rappresenta la “punta avanzata” della restaurazione autoritaria globale, l’emblema della “lotta di classe” del padronato e del grande capitale economico e finanziario contro gli operai e l’intero lavoro dipendente.

Non possiamo non registrare il fatto che Marchionne (tra l’altro ex travet d’alto bordo del settore finanziario della multinazionale del cancro Philips Morris) ha lo stesso percorso di speculatore finanziario internazionale del suo socio, il “bocconiano” Monti (consulente finanziario della Goldman Sachs, una delle banche d’affari americane che hanno ingenerato nel 2007/2008 la grave crisi finanziaria mondiale che ha mandato al tracollo le economie di mezzo mondo).  Che Monti è “uomo Fiat e collega di Marchionne” perché è stato nel consiglio d’amministrazione della Gilardini dal 79 all’83, nel consiglio d’amministrazione della Fidis dall’82 al all’88 e, dall’88 al 93 nel consiglio d’amministrazione e  nell’esecutivo nazionale della Fiat, insieme a Gianni ed Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e l’avvocato  Franz Grande Stevens.

Il fatto è che Monti e Marchionne sono le due facce della stessa medaglia antioperaia! Altro che “risanamento del debito pubblico” a spese dei lavoratori e della povera gente! Sono loro che hanno ingenerato la crisi, sono loro che devono restituire ai lavoratori quello che gli hanno rubato!

E in tutto questo Monti, per le sue precedenti funzioni in Fiat non poteva non sapere del giro di mazzette e fondi neri che consentirono, nel novembre del 1986, la svendita dell’Alfa Romeo, privatizzata e ragalata alla Fiat con Craxi al governo e Prodi Presidente dell’IRI.

E la campagna  che oggi poniamo con questa assemblea per la nazionalizzazione delle fabbriche Fiat, a partire dall’Alfa Romeo (fabbriche tutte già state strapagate dalla collettività), e per la restituzione di tutti i miliardi di euro di finanziamento pubblico incassati dalla Fiat ed usati a discapito sociale va ben oltre la valenza specifica della preparazione a tutto campo di ogni tutela per gli operai della Fiat, ma assume una valenza generale, politica e sindacale.

In questi giorni sono stati molti i lavoratori della Fiom e degli altri sindacati che hanno chiesto di pensare a momenti di possibile unità di azione tra gli iscritti alle varie sigle sindacali. A questi lavoratori bisogna dare una risposta positiva!

Questo però non ci fa dimenticare che, nel giugno 2009, con voto a maggioranza in commissione elettorale, FIOM-FIM e UILM impedirono il rinnovo delle RSU e sospesero il diritto dei lavoratori della Fiat di Pomigliano ad eleggere liberamente i propri rappresentanti sindacali. E questo perché “la campagna elettorale in fabbrica avrebbe creato grossi problemi all’avvio del piano-Marchionne”.

Oggi in Italia sono quasi un miliardo le ore di cassa integrazione registrate dall’inizio dell’anno e oltre mezzo milione di lavoratori sono a “zero ore”. Più di 4.000 aziende sono in forte crisi o fallimento e centinaia di migliaia di posti di lavoro sono immediatamente a rischio. E l’effetto di ciò sull’indotto è un dato da moltiplicare per tre.

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Oggi in Italia l’evasione fiscale ammonta a 120 miliardi di euro all’anno, la corruzione a 60 miliardi, i finanziamenti a fondo perduto alle imprese private a 50 miliardi all’anno, per non contare i miliardi di euro regalati al padronato con le privatizzazioni (dalla Parmalat alla Cirio all’Alitalia, dall’Alfa Romeo all’ILVA alla Telecom ai servizi pubblici, tanto per fare alcuni esempi) nonché i miliardi di euro bruciati per le  costose e dannose opere cosiddette pubbliche come il “ponte sullo stretto” di Messina o la TAV in Val di Susa. Oggi in Italia, anche se nessuno lo dice, noi siamo nelle identiche e disastrose condizioni dei lavoratori spagnoli, greci, portoghesi e serbi perché queste cose le stiamo vivendo, come loro, sulla nostra pelle!

E ancora, in tutto questo, il governo Monti, forte dell’appoggio trasversale dell’intero sistema politico, istituzionale e confederale colpisce duramente le pensioni, la scuola, la sanità ed i servizi pubblici, deregolamenta e  precarizza i lavoratori, liberalizza i licenziamenti e controriforma gli ammortizzatori sociali mentre col “patto di bilancio” taglia la spesa pubblica per 45/50 miliardi di euro all’anno da sottrarre ai bisogni sociali. Affossa i contratti nazionali e deroga i diritti di legge dei lavoratori sulla base della violenta controriforma già sottoscritta con CGIL-CISL e UIL nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011.

E l’accordo sulla produttività va in questo senso, col ripristino delle “gabbie salariali” e l’introduzione delle telecamere nei reparti e negli uffici per sorvegliare i lavoratori proprio come si sorvegliano i detenuti nelle “carceri di massima sicurezza”.  Con la deroga delle tutele in materia di mansioni e salario. E con la “soglia di sbarramento” per la rappresentanza sindacale anche nel settore privato sulla falsariga delle interessate proposte di legge di iniziativa popolare presentate dalla Fiom e da qualche sindacato di base.

E’ questo lo stato delle drammatiche condizioni in cui oggi versano i lavoratori e i settori sociali a loro collegati e ciò e dovuto non solo e non tanto dalla ripresa dell’iniziativa dei forti poteri economici e finanziari ma innanzitutto dalla rincorsa a destra della sinistra istituzionale e dei collegati sindacati confederali che da tempo hanno ormai “saltato il fosso” schierandosi dalla parte dei padroni e scaricando gli operai ai bordi del nulla.

A questo punto, come operaie, come mogli, figlie e madri di operai – e innanzitutto come donne del Movimento Operaio – oggi scendiamo in campo per rompere l’isolamento perché “vogliamo riprenderci un sogno” e adoperarci per realizzarlo: il sogno di una vita diversa e migliore per le nostre famiglie e per i nostri figli! Siamo costrette a farlo dall’insopportabilità del presente e dalla intollerabile mancanza di prospettive. E siamo per questo obbligate dalla necessità di prefigurare la costruzione di un’alternativa sociale e politica. Siamo la faccia sommersa della lotta operaia e, in quanto donne, siamo ancora più esposte ai colpi durissimi della moderna lotta di classe del capitale contro i lavoratori e l’insieme del popolo che lavora. Oggi vogliamo essere “la faccia sommersa che emerge dell’altra metà del cielo” che ripropone con forza l’attualità della “Questione Operaia” in tutta la sua valenza e l’incompatibilità “di genere”, tra chi sfrutta e chi è sfruttato, l’incompatibilità “di classe” tra lavoro salariato e capitale. Per questo, oggi, scendiamo in campo, come donne del Movimento Operaio per rendere forte la lotta operaia, per dare a tutti un segnale generale, per contribuire a costruire una <lotta di civiltà> di lunga durata insieme agli operai, a fianco dei nostri uomini>! E per questo chiediamo “a tutti” di darci una mano!

mara malavenda

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